Quando sentii il sordo fragore del muro di cinta sfondato, capii che il gigante era arrivato in città.
Nel giro di pochi minuti la gente si riversò nelle strade, gridando e piangendo.
«Ma che cosa succede?» urlò mia madre, e si affacciò alla finestra.
«E’ il gigante» le dissi.
«Che dio ci protegga, devi alzarti!»
Mi si erano già rotte le acque, il mio viso era in fiamme e il resto del corpo freddo e duro come la pietra.
«Alzati, alzati!» ripeté, afferrandomi per le braccia. «E’ qui per te!»
Non avevo bisogno che me lo dicesse, l’avevo capito già da sola. Barcollando mi misi in piedi. Ero scalza e avevo le cosce bagnate. Il dolore al ventre era lontano, in quel momento non mi riguardava.
Uscii di casa stringendo forte il braccio della mia vecchia. Restammo ferme sulla soglia per qualche secondo, in attesa di riuscire a inserirci nella fiumana della popolazione impazzita, che correva verso il mare.
Il suolo tremava ad ogni passo del gigante, le case (quelle che erano rimaste in piedi) si scuotevano alle sue grida.
Quando lo vidi comparire, dietro la nuvola delle macerie, iniziai a correre. Nella confusione infernale di quell’apocalisse inaspettata persi mia madre, ma non mi voltai: ero io, quella cercava. Gli edifici, crollando, gridavano il nome di Galatea.
Calpestai cadaveri di ogni età, senza mai fermarmi. Il mio ventre era grande e pesante. Mi tirava verso il basso e mi impediva di spostarmi velocemente, come avrei voluto.
Il gigante mugghiò e io urlai. Qualcuno mi afferrò per le spalle. Era Aci, il padre del figlio che mai avrei voluto essere costretta a portare in grembo.
Ricordavo bene la forza con cui mi aveva preso i polsi e allargato le gambe, l’estate precedente, bestemmiando perché io mi dimenavo troppo nel tentativo di sfuggirgli.

Immagine © Alexander Daniloff
Inferocita, gli piantai le unghie nell’avambraccio. L’avrei scorticato, fatto a pezzi. E poi sarebbe stato il turno di quell’essere mostruoso che si era incapricciato di me e per gelosia stava distruggendo la città.
Aci mi tirò uno schiaffo. «Non fare la stupida, voglio aiutarti. Non lo vedi che stai per partorire? I soldati cercheranno di feramare il gigante prima del ponte. Abbiamo almeno mezz’ora di tempo, cammina!»
Mi trascinò dietro una casa, come aveva fatto nove mesi prima. Io crollai in ginocchio, poi mi coricai. Non fu il dolore a sorprendermi, quanto il calore del sangue. Imbrattava la mia veste e le mani di Aci, che ora era accucciato davanti a me e tirava il bambino.
Il tuono risuonò in lontananza, insieme al rumore delle catapulte. «Galatea!» cantò forte Polifemo e io risposi sottovoce: «Son qui».
Aci si guardò alle spalle. «Sbrigati, per amor del cielo!»
Udimmo di nuovo il tonfo orribile delle case che venivano abbattute, segno che il gigante aveva ripreso la sua marcia.
Aci riuscì a tagliare il cordone ombelicale nel momento in cui fummo investiti da una pioggia di calcinacci.
Il volto stupido di Polifemo apparve in cielo al posto del sole.
Non potei neppure tentare la fuga: avevo le gambe immobilizzate da un trave che era caduto, spezzate entrambe all’altezza della tibia.
Aci, invece, stava cercando di sgattaiolare via, sulla montagnola di detriti. Avanzava a carponi, aiutandosi con la mano sinistra e sorreggendo il bambino con la destra.
Polifemo girò la testa e sbatté il grande occhio. «Galatea» disse ancora, con educato stupore. Poi tornò a rivolgersi verso Aci.
«Corri via, scappa! Il bambino!» gridai con tutto il fiato che mi rimaneva.
Il gigante allungò un dito e costrinse Aci a voltarsi, delicatamente. Lo vidi perdere l’equilibrio e cadere sulla schiena. Il mio bambino strillò forte e Polifemo sorrise. Poi afferrò il piccolo fra pollice e indice e lo schiacciò come una formica.









