Archivio per il 'Piccole prose'Categoria

Polifemo e Galatea

Marzo 21, 2007

Quando sentii il sordo fragore del muro di cinta sfondato, capii che il gigante era arrivato in città.
Nel giro di pochi minuti la gente si riversò nelle strade, gridando e piangendo.
«Ma che cosa succede?» urlò mia madre, e si affacciò alla finestra.
«E’ il gigante» le dissi.
«Che dio ci protegga, devi alzarti!»
Mi si erano già rotte le acque, il mio viso era in fiamme e il resto del corpo freddo e duro come la pietra.
«Alzati, alzati!» ripeté, afferrandomi per le braccia. «E’ qui per te!»
Non avevo bisogno che me lo dicesse, l’avevo capito già da sola. Barcollando mi misi in piedi. Ero scalza e avevo le cosce bagnate. Il dolore al ventre era lontano, in quel momento non mi riguardava.
Uscii di casa stringendo forte il braccio della mia vecchia. Restammo ferme sulla soglia per qualche secondo, in attesa di riuscire a inserirci nella fiumana della popolazione impazzita, che correva verso il mare.
Il suolo tremava ad ogni passo del gigante, le case (quelle che erano rimaste in piedi) si scuotevano alle sue grida.
Quando lo vidi comparire, dietro la nuvola delle macerie, iniziai a correre. Nella confusione infernale di quell’apocalisse inaspettata persi mia madre, ma non mi voltai: ero io, quella cercava. Gli edifici, crollando, gridavano il nome di Galatea.
Calpestai cadaveri di ogni età, senza mai fermarmi. Il mio ventre era grande e pesante. Mi tirava verso il basso e mi impediva di spostarmi velocemente, come avrei voluto.
Il gigante mugghiò e io urlai. Qualcuno mi afferrò per le spalle. Era Aci, il padre del figlio che mai avrei voluto essere costretta a portare in grembo.
Ricordavo bene la forza con cui mi aveva preso i polsi e allargato le gambe, l’estate precedente, bestemmiando perché io mi dimenavo troppo nel tentativo di sfuggirgli.


Immagine © Alexander Daniloff

Inferocita, gli piantai le unghie nell’avambraccio. L’avrei scorticato, fatto a pezzi. E poi sarebbe stato il turno di quell’essere mostruoso che si era incapricciato di me e per gelosia stava distruggendo la città.
Aci mi tirò uno schiaffo. «Non fare la stupida, voglio aiutarti. Non lo vedi che stai per partorire? I soldati cercheranno di feramare il gigante prima del ponte. Abbiamo almeno mezz’ora di tempo, cammina!»
Mi trascinò dietro una casa, come aveva fatto nove mesi prima. Io crollai in ginocchio, poi mi coricai. Non fu il dolore a sorprendermi, quanto il calore del sangue. Imbrattava la mia veste e le mani di Aci, che ora era accucciato davanti a me e tirava il bambino.
Il tuono risuonò in lontananza, insieme al rumore delle catapulte. «Galatea!» cantò forte Polifemo e io risposi sottovoce: «Son qui».
Aci si guardò alle spalle. «Sbrigati, per amor del cielo!»
Udimmo di nuovo il tonfo orribile delle case che venivano abbattute, segno che il gigante aveva ripreso la sua marcia.
Aci riuscì a tagliare il cordone ombelicale nel momento in cui fummo investiti da una pioggia di calcinacci.
Il volto stupido di Polifemo apparve in cielo al posto del sole.
Non potei neppure tentare la fuga: avevo le gambe immobilizzate da un trave che era caduto, spezzate entrambe all’altezza della tibia.
Aci, invece, stava cercando di sgattaiolare via, sulla montagnola di detriti. Avanzava a carponi, aiutandosi con la mano sinistra e sorreggendo il bambino con la destra.
Polifemo girò la testa e sbatté il grande occhio. «Galatea» disse ancora, con educato stupore. Poi tornò a rivolgersi verso Aci.
«Corri via, scappa! Il bambino!» gridai con tutto il fiato che mi rimaneva.
Il gigante allungò un dito e costrinse Aci a voltarsi, delicatamente. Lo vidi perdere l’equilibrio e cadere sulla schiena. Il mio bambino strillò forte e Polifemo sorrise. Poi afferrò il piccolo fra pollice e indice e lo schiacciò come una formica.

La sfinge

Febbraio 1, 2007

Controcorrente, di Razzasenese
Immagine © Controcorrente, di Razzasenese

Avevo appena scoperto di poter volare ed ero in trepidazione. Mi tremavano le mani, le ginocchia e battevo i denti nonostante fosse luglio inoltrato.
Mi portai all’imbocco del sentiero, allargai la sottana in un gesto istintivo quanto inutile e spinsi coi piedi sulla terra.
Subito mi distaccai dal suolo, ma era molto diverso da ciò che avevo sempre sognato.
Mi alzai appena di qualche metro, incerta e, slanciandomi in avanti, rischiai di fare un capitombolo. Prudenza, mi dissi, e riprovai.
In particolare dovevo fare attenzione ai movimenti improvvisi. Finché procedevo diritta – distesa nell’aria a pancia in sotto, come un dormiente beato – non c’erano problemi; ma, se mi giravo troppo in fretta, perdevo l’equilibrio sul filo invisibile che mi guidava e sentivo un sudore freddo scendermi lungo la schiena e le piante dei piedi.
Decisi perciò di non sollevarmi troppo dal terreno e di non tentare piroette o altre evoluzioni che avrebbero potuto compromettere la mia stabilità.
Mancava poco più di un’ora al tramonto e la campagna era deserta. Presa com’ero dalla felicità del volo, non mi accorsi di aver seminato lungo tutto il percorso le forcine che mi tenevano raccolti i capelli.
La mattina seguente, però, feci una tragica scoperta. Quando presi la bicicletta e ripercorsi il tragitto della sera precedente, nella calura del mattino, mi trovai davanti uno spettacolo che mi fece gelare il sangue: i campi erano punteggiati di cadaveri di animali e corpi senza vita di aironi, volpi, lepri si trovavano anche ai margini del sentiero. Sciami di mosche ronzavano sopra le carcasse, si posavano sulle piaghe aperte, sugli occhi vitrei, resi opachi dal velo della morte. Gli alberi avevano perso di colpo tutte le loro foglie ed erano scheletrici come nel cuore dell’inverno. Anche l’erba era seccata e nella terra si aprivano profonde fenditure.
Mi fermai incredula a contemplare quella devastazione e mi ripresi solo quando un moscone grasso, con l’addome color verde-dorato, si posò sul mio braccio. Allora mi premetti una mano sulla bocca, per impedirmi di urlare dal raccapriccio e pedalai via, con quanta forza mi era rimasta. Rallentai solo in prossimità della Cascina Rossa. Dovevo sapere cosa fosse accaduto e la vecchia Matilde me lo avrebbe spiegato. Suo genero mi avrebbe offerto un bicchiere di carcadé e i cani e i bambini mi sarebbero corsi incontro con un gran vociare.
Me lo ripetevo mentre continuavo a pestare sui pedali, ma c’era silenzio anche intorno alla cascina. Entrando nell’aia gridai Ohilà! e nessuno mi rispose.
I cadaveri di Matilde, di sua figlia Bice e del marito, dei bambini e dei tre cani erano riversi in un unico mucchio, gli uni sopra gli altri, accanto al pozzo. Nel cortile come nel resto della campagna (fino a quel momento avevo cercato di ignorarle, ma ora luccicavano troppo sotto il sole) erano sparse le mie forcine. Caddi in ginocchio, piansi, urlai, mi strappai i capelli. Non servì a niente. Allora mi alzai e levai i sandali. Raccolsi una delle forcine, mi sedetti e mi presi un piede in mano, come fanno i bambini molto piccoli, appoggiandolo sopra il ginocchio. Poi, con un sospiro tremante, mi conficcai l’oggetto metallico nella carne tenera dell’arco plantare. Strillai come un animale percosso e dolorante e il sangue prese a scorrere, caldo, lungo la gamba.
Ma neppure in quel modo mi fu concesso di morire. A me toccò il rimorso – e il lavorìo inutile della memoria.