Le mie erano tette d’aria. Fatte di polline, di brezza estiva, degli strilli dei bambini in mezzo ai prati.
Avevano la pesantezza delle ali di libellula, la gravità carnosa di una manciata di minuti trascorsi a fissare la trasparenza del vetro.
Anni fa me la prendevo: volevo delle tette da rappresentanza – e poche storie.
Adesso me la rido: devo stare attenta e riempirmi le tasche di terra e sassi, se non voglio essere strappata via dal vento.
Ah, le mie tette di sogni e d’incanto.
(Pubblicata su Il collaudatore di tette)









