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L’indovino

Marzo 3, 2007

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Non riuscii a pensare a un altro posto che non fosse la mia casa e così mi incamminai, col moccio al naso e l’addome ancora dolorante.
Nel cortile, i cani non mi riconobbero, si misero ad abbaiare inferociti nel serraglio e svegliarono Elena. Alla luce della luna, la vidi uscire scalza sull’abbaino, con le poderose tette che gravavano sulla pancia grassa. «Chi c’è? Fabrizio, sei tu?»
«E chi vuoi che sia? Smettila di strillare, gallina che non sei altro!»
Avevo la erre debole, poco meno che moscia. Una voce gradevole, arrochita dal fumo.
«Ma che Fabrizio e Fabrizio! Come si permette? Lei è una donna!»
«Sì, sì…» dissi, mentre infilavo la chiave della toppa ed entravo. Al piano di sopra, udii il passo pesante di Elena sul pavimento della camera da letto: stava scendendo di corsa, come una mucca infuriata.
Mi preparai al peggio e mi nascosi dietro la porta socchiusa dello sgabuzzino. Mia moglie non mi deluse. Arrivò brandendo il fucile da caccia del padre a mo’ di bastone (lo tenevamo sempre scarico), urlando che dovevo uscire immediatamente dalla sua proprietà.
Le feci eco con un’unica nota acuta e prolungata («Aaaaaahhhh!»), saltando fuori dallo stanzino armata di scopa. Elena si voltò di scatto, perse l’equilibrio e finì lunga e distesa sul tappeto. «Ah, ma insomma!» piagnucolò, massaggiandosi con entrambe le mani la caviglia robusta. «Lei chi è, che cosa vuole? Perché ha indosso gli abiti di mio marito? E’ la sua amante e desidera ricattarmi, forse?»
«Quale ricatto, che sei senza un soldo!»
«E questo come lo sa?»
Mi sedetti sulla cassapanca e appoggiai le mani sulle ginocchia, i gomiti in fuori. «Perché sono tuo marito.»
«Non dica stupidaggini, mio marito è un uomo.»
«Lo ero anch’io, fino a poco tempo fa! Adesso smettila di frignare e stammi a sentire.»

[...]

L’indovino

Febbraio 20, 2007

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Riaprii gli occhi un’ora più tardi. Il sole non era ancora calato, ma la luce era diminuita e le ombre si allungavano sui campi. Emanavo cattivo odore per via della sudorazione eccessiva e avevo i vestiti impolverati, ma ero vivo. Senza muovere un muscolo, rimasi disteso per qualche minuto, a osservare le formiche che si affrettavano a rintanarsi: avevo paura di provare di nuovo quel dolore intollerabile. Poi mi mossi.
La prima cosa che notai furono le mani. Più piccole, bianche, senza peli, con le unghie corte e poco curate. Erano brutte manine, ma senza dubbio erano mani di donna. E le braccia. Quelle tonde braccia morbide, coperte appena da una peluria scura, che terminavano in due polsi sottili, prossimi a spezzarsi, ne ero certo.
Allungai le dita, una, due, cento volte, prima di passarmi le mani dove sentivo la camicia tirare e avevo un paio di seni grandi, colmi, pesanti.
Non fu necessario controllare fra le gambe. Ero una donna. Sui trentacinque anni, piacente nonostante qualche difetto: le mani sgraziate, dalle dita tozze, le caviglie e i polpacci robusti, i piedi piatti.
Pensai che fosse un incubo e provai a svegliarmi ma, nonostante mi dibattessi contro i limiti della coscienza e della comprensione, le mie forme non mutarono.
Scoppiai in singhiozzi, stringendomi forte la testa fra le mani. La mia voce era diventata trepidante e incerta. Che cosa potevo fare. Dove potevo rifugiarmi, prima che fosse buio.

[...]

L’indovino

Febbraio 12, 2007

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La trasformazione si verificò in una calda serata di fine giugno, mentre gironzolavo per la campagna dopo una cena leggera. Con quella passeggiata, speravo di sfuggire alle rivendicazioni di mia moglie e guadagnarmi una nottata serena.
Dalla isolata cascina in cui vivevo con Elena percorsi senza fretta il sentiero che conduceva al monastero abbandonato, con l’intenzione di girare intorno allo stagno: mancavano un paio d’ore al tramonto e sapevo di avere parecchio tempo a mia disposizione.
Canticchiando una melodia sciocca, con le mani in tasca e la sigaretta fra le labbra, respiravo l’aria tiepida, sentendomi rasserenato dalla pace della natura, quando un grido si alzò nella calura e mi costrinse a fermarmi.
Era un urlo stridulo, impertinente e insieme disperato, che mi fece pensare al pianto di un bambino impaurito.
Guardando meglio fra le sterpaglie al margine della strada, vidi invece due gatti che si stavano accoppiando.
Il maschio era color grigio perla, striato sul dorso di grigio più scuro, grande e robusto. Teneva la femmina per la collottola, piantandole i denti nella pelliccia e, vedendomi arrivare, mi lanciò un’occhiata stupida, immobile.
Fu quel muso tondo, dall’espressione attonita, a irritarmi.
La gatta, di pelo fulvo e decisamente più minuta, gridò ancora; questa volta il gemito fu più tenue e modulato.
Presi allora un bastone e mi avvicinai a passi decisi. «Sciò! Via!» gridai brandendo la mia arma contro il gatto stupido. «Lasciala in pace!»
Il grosso animale schizzò via, attraversò il sentiero e si immerse nella vegetazione che cresceva sulla riva del fosso, alla mia sinistra. Altrettanto fece la sua compagna, con un ultimo miagolio, correndo nella direzione opposta.
Fu allora che accadde. Una fitta lancinante mi colpì l’inguine, il basso ventre, costringendomi in ginocchio nella polvere.
Lasciai cadere il bastone. Il dolore era tale che la vista si annebbiò e iniziai a tremare, mentre un sudore gelido mi bagnava la fronte, la schiena, le spalle. Rantolai, invocai aiuto, ma nessuno poteva sentirmi.
In preda al panico tentai di sollevarmi, ma un nuovo spasimo mi scaraventò a terra. Quando sentii arrivare una fitta caldissima al petto, fui certo che si trattasse di un infarto e di non avere più scampo.
Che destino ingrato, morire da solo, sul bordo di una risaia, dopo aver tentato invano di sfuggire alla propria moglie!
Bestemmiai Dio e tutti i santi, poi svenni.

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L’indovino

Febbraio 6, 2007

La mia ovaia sinistra è irrequieta. Da tre giorni mi provoca un dolore acuto e continuo, appena sopra l’osso pubico. Una sofferenza meno eclatante di quando Elena mi colpì forte col ginocchio ai testicoli, ma più tenace.
Del resto, il corpo femminile possiede una vasta gamma di dolori persistenti, cui ho imparato ad abituarmi.
Come la dismenorrea che mi piega la schiena almeno una volta al mese e la tensione dei seni induriti, in quei giorni. Quasi non riesco a lavarli, a sfiorarli con gli indumenti, perché temo che si sbuccino come fichi troppo maturi e la pelle venga via in una striscia di sangue scuro.
Oppure, ancora, l’indolenzimento delle ossa e quella spossatezza confusa al rimpianto che mi assalgono dopo che Paolo mi ha costretta in un angolo e pestata di santa ragione.
In quel caso, però, non sono tanto le botte, a farmi male, quanto il sospetto che avrei potuto trovare di meglio, per marito, di questo grasso ubriacone con le labbra tumide.
Neppure quando ero un uomo posso dire che mia moglie fosse una gran bellezza. Era anche molto stupida ma lei, almeno, potevo metterla a tacere con una sola occhiata. Ora, da donna, devo fare i conti con la mia limitata forza fisica, il corpo affaticato da tre gravidanze e un marito bestia con poca voglia di lavorare, che mi crede la fonte di tutti i suoi guai.
Per la precisione, sono una donna da sei anni, tre mesi e un giorno.

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