(Dove si ricerca la colpa e si finisce per raccontare storie)
Come mio padre fatico
a provare rimorso.
Di mia madre
conservo la forza caparbia
che la spinse a vibrare il colpo
ogni volta che fu necessario.
Nessun dramma di cui scrivere
oltre allo stupore malinconico
di essere ciò che è già esistito.
Uno ad uno vi prenderei per mano,
scrollandovi fino alla morte.
Sentitemi.
Queste sono le parole,
questa la colpa
che ricercate.
Non c’è uomo
(specie nell’ora in cui il sole
rende pericolose le colline)
che non desideri scagliare sassi e bestemmie –
bianche le pezze di stoffa consunta.
Detesto i monili,
detesto avere intimiditi piccoli seni
e i muscoli del grembo tanto irrigiditi
da non poter offrire quiete a nessun capo, seme o lacrima.
Eppure è dalla mia voce
che sentirete raccontare storie –
frammenti che non mi sono mai appartenuti
e che pure ricerco
per esistere – sarabanda testarda
donna pallida,
i cui capelli si impigliano da sempre
prima di ogni fine.








