Eri tu a sfidare il vento
per me e per te
sollevando nubi di polvere
dentro cui scomparire.
Non aveva importanza
che la tua stretta
sul mio polso
fosse troppo forte
dovevamo lottare
contro il peso del cielo
e della terra
che era sabbia
sulle nostre mani e fra le mie gonne.
Avremmo dovuto legarci
in un unico essere nero
nel suo splendore di nebulosa
tu inverecondo e io vergine,
avremmo dovuto sopravvivere
al caldo, al sole
e ai morsi di mille serpenti.
Ma venne l’urlo,
fra le montagne.
Il grido eterno
della donna che partorì sulle rocce
dando alla luce
un piccolo essere
che non piangeva.
Preferisti
la sofferenza indicibile
delle sue viscere,
il volo delle aquile,
il passo delle capre
sui terreni scoscesi.
L’amasti subito
perché era gigantesca,
immobile e non conosceva altro
che il fluire del sangue
fra le sue gambe.
Rimasi io sola,
ad aspettare il terremoto,
la folata,
il singhiozzo,
a contare gli spettri
che si agitano
in eterno
dopo il mezzogiorno.








