Lo dico?
Lo dico.
C’è che le parole (queste parole qui, che girano nella rete e nella rete si crogiolano, come grassi maialotti al sole) mi hanno stancata.
E mi hanno stancata anche le parole sui libri. A meno che non siano di Virginia Woolf. O della Plath.
Mi vanno bene anche Eschilo, Pirandello, Arthur Rimbaud.
Purché non siano scrittori troppo recenti.
Purché non siano stravaganti, esuberanti e non possiedano artistiche attitudini.
Io scrivo – e non lo so nemmeno io, perché scrivo.
Le mie parole non mi piacciono. Non mi sono mai piaciute.
Preferisco da sempre le tonalità indossate dagli altri, la loro voce, il loro modo di passarsi una ciocca di capelli dietro l’orecchio.
Io – io mi detesto, sempre.
E con me tutta la carta che produco, intasando i miei cassetti.
Una maledizione mica da ridere.
Ci provo sempre, a lasciar perdere.
Chiudo i cassetti della scrivania e insieme a loro il blog.
Funziona un mese, al massimo due.
Poi ricomincio.
E mi arrabbio. Mi arrabbio sempre, per questa macchia bianca che porto sulla schiena.
Io non ho avuto un’esistenza folgorante.
Non voglio apparire e, se chiedo qualche cosa, lo faccio sempre a voce bassa: gli altri continuano a parlare e io rimango con la mia domanda sospesa a mezz’aria.
Io non so scrivere grandi verità.
Non so stupire.
Non rimane a bocca aperta chi mi legge.
Chi mi ascolta parlare sì, perché a volte faccio ridere.
So essere un bravo pagliaccio, sapete.
Ho la lingua sciolta, quando parlo.
Ma non dico mai cose che mi stiano particolarmente a cuore.
So parlare del vostro cuore, ma non del mio.
Perciò sappiate in anticipo che riuscirò a ingannarvi.
Non sono grandiosa.
Non sono maledetta.
Non so dare tagli netti a nulla, neppure alle verdure crude.
La mia tristezza più grande è non-essere, in un mondo dove tutti SONO, e continuare a non-essere
fra queste parole del cazzo.
Ecco.
L’ho detto.



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