
Ho voglia di cantare in greco, come i passeri di Virginia Woolf.
Non sono matta.
Sono solo uno dei passeri di Virginia Woolf.
(E, lo so, questi qui sopra sono corvi, non passerotti: ma è che oggi mi sento molto mater corvorum…)
Un blog di Eloisa Massola

Ho voglia di cantare in greco, come i passeri di Virginia Woolf.
Non sono matta.
Sono solo uno dei passeri di Virginia Woolf.
(E, lo so, questi qui sopra sono corvi, non passerotti: ma è che oggi mi sento molto mater corvorum…)

(Donna-albero svergognata. Per l’immagine grazie e ancora grazie all’amico Gadofly.)
Quando sentii il sordo fragore del muro di cinta sfondato, capii che il gigante era arrivato in città.
Nel giro di pochi minuti la gente si riversò nelle strade, gridando e piangendo.
«Ma che cosa succede?» urlò mia madre, e si affacciò alla finestra.
«E’ il gigante» le dissi.
«Che dio ci protegga, devi alzarti!»
Mi si erano già rotte le acque, il mio viso era in fiamme e il resto del corpo freddo e duro come la pietra.
«Alzati, alzati!» ripeté, afferrandomi per le braccia. «E’ qui per te!»
Non avevo bisogno che me lo dicesse, l’avevo capito già da sola. Barcollando mi misi in piedi. Ero scalza e avevo le cosce bagnate. Il dolore al ventre era lontano, in quel momento non mi riguardava.
Uscii di casa stringendo forte il braccio della mia vecchia. Restammo ferme sulla soglia per qualche secondo, in attesa di riuscire a inserirci nella fiumana della popolazione impazzita, che correva verso il mare.
Il suolo tremava ad ogni passo del gigante, le case (quelle che erano rimaste in piedi) si scuotevano alle sue grida.
Quando lo vidi comparire, dietro la nuvola delle macerie, iniziai a correre. Nella confusione infernale di quell’apocalisse inaspettata persi mia madre, ma non mi voltai: ero io, quella cercava. Gli edifici, crollando, gridavano il nome di Galatea.
Calpestai cadaveri di ogni età, senza mai fermarmi. Il mio ventre era grande e pesante. Mi tirava verso il basso e mi impediva di spostarmi velocemente, come avrei voluto.
Il gigante mugghiò e io urlai. Qualcuno mi afferrò per le spalle. Era Aci, il padre del figlio che mai avrei voluto essere costretta a portare in grembo.
Ricordavo bene la forza con cui mi aveva preso i polsi e allargato le gambe, l’estate precedente, bestemmiando perché io mi dimenavo troppo nel tentativo di sfuggirgli.

Immagine © Alexander Daniloff
Inferocita, gli piantai le unghie nell’avambraccio. L’avrei scorticato, fatto a pezzi. E poi sarebbe stato il turno di quell’essere mostruoso che si era incapricciato di me e per gelosia stava distruggendo la città.
Aci mi tirò uno schiaffo. «Non fare la stupida, voglio aiutarti. Non lo vedi che stai per partorire? I soldati cercheranno di feramare il gigante prima del ponte. Abbiamo almeno mezz’ora di tempo, cammina!»
Mi trascinò dietro una casa, come aveva fatto nove mesi prima. Io crollai in ginocchio, poi mi coricai. Non fu il dolore a sorprendermi, quanto il calore del sangue. Imbrattava la mia veste e le mani di Aci, che ora era accucciato davanti a me e tirava il bambino.
Il tuono risuonò in lontananza, insieme al rumore delle catapulte. «Galatea!» cantò forte Polifemo e io risposi sottovoce: «Son qui».
Aci si guardò alle spalle. «Sbrigati, per amor del cielo!»
Udimmo di nuovo il tonfo orribile delle case che venivano abbattute, segno che il gigante aveva ripreso la sua marcia.
Aci riuscì a tagliare il cordone ombelicale nel momento in cui fummo investiti da una pioggia di calcinacci.
Il volto stupido di Polifemo apparve in cielo al posto del sole.
Non potei neppure tentare la fuga: avevo le gambe immobilizzate da un trave che era caduto, spezzate entrambe all’altezza della tibia.
Aci, invece, stava cercando di sgattaiolare via, sulla montagnola di detriti. Avanzava a carponi, aiutandosi con la mano sinistra e sorreggendo il bambino con la destra.
Polifemo girò la testa e sbatté il grande occhio. «Galatea» disse ancora, con educato stupore. Poi tornò a rivolgersi verso Aci.
«Corri via, scappa! Il bambino!» gridai con tutto il fiato che mi rimaneva.
Il gigante allungò un dito e costrinse Aci a voltarsi, delicatamente. Lo vidi perdere l’equilibrio e cadere sulla schiena. Il mio bambino strillò forte e Polifemo sorrise. Poi afferrò il piccolo fra pollice e indice e lo schiacciò come una formica.
… ma sono così stanca che mi vanno in frantumi le dita appena sfioro la tastiera.
E’ tutto il giorno che ci penso.
Per una sola donna, sarebbe riduttivo. E anche per tutte le donne di questo mondo: alla fine, non siamo mica una razza particolare.
Così, ho pensato, io gli auguri li faccio a tutti quelli che, oggi come domani, avranno voglia di parlare un po’ più forte.
Auguri alle donne che conosco e a quelle che non conoscerò mai. Perfino a quelle che mi stanno sulle palle, ché oggi son magnanima.
Auguri ai gay, agli etero complessati e a quelli ugualmente felici. Agli animali tutti sulla faccia della Terra. Agli uomini e all’angelo mio. Auguri a Mara che non vedo mai. A Zuppetta e al 36.
E anche a me, che ho tanto sonno e che adesso vado a dormire.


(Un girone di C.A.Z. nato così, al volo, intorno a un falò mentre gli altri cantavano.)
Camminava la donna-albero trascinando le sue radici sull’erba, lungo i sentieri della luna.
Le dita inanellate delle prime gemme
e la corteccia indolenzita nella parte bassa del fusto,
come se avesse dovuto partorire da un momento all’altro.
Era certa che la luna si fosse eclissata per non vedere i corpi di tutti gli uomini che il gigante aveva ucciso
e avrebbe voluto singhiozzare
o battere le mani a tempo di musica
(che fosse un canto funebre, non aveva importanza) -
se solo a un frassino fosse concesso di poter gridare
e dimenare le anche.
Eppure camminava. Avrebbe camminato in eterno, la donna-albero,
fra gli scheletri neri delle altre piante
e sulle colline grasse che cantavano
nell’ultima ora prima del crepuscolo.
[Continua da qui.]
Non riuscii a pensare a un altro posto che non fosse la mia casa e così mi incamminai, col moccio al naso e l’addome ancora dolorante.
Nel cortile, i cani non mi riconobbero, si misero ad abbaiare inferociti nel serraglio e svegliarono Elena. Alla luce della luna, la vidi uscire scalza sull’abbaino, con le poderose tette che gravavano sulla pancia grassa. «Chi c’è? Fabrizio, sei tu?»
«E chi vuoi che sia? Smettila di strillare, gallina che non sei altro!»
Avevo la erre debole, poco meno che moscia. Una voce gradevole, arrochita dal fumo.
«Ma che Fabrizio e Fabrizio! Come si permette? Lei è una donna!»
«Sì, sì…» dissi, mentre infilavo la chiave della toppa ed entravo. Al piano di sopra, udii il passo pesante di Elena sul pavimento della camera da letto: stava scendendo di corsa, come una mucca infuriata.
Mi preparai al peggio e mi nascosi dietro la porta socchiusa dello sgabuzzino. Mia moglie non mi deluse. Arrivò brandendo il fucile da caccia del padre a mo’ di bastone (lo tenevamo sempre scarico), urlando che dovevo uscire immediatamente dalla sua proprietà.
Le feci eco con un’unica nota acuta e prolungata («Aaaaaahhhh!»), saltando fuori dallo stanzino armata di scopa. Elena si voltò di scatto, perse l’equilibrio e finì lunga e distesa sul tappeto. «Ah, ma insomma!» piagnucolò, massaggiandosi con entrambe le mani la caviglia robusta. «Lei chi è, che cosa vuole? Perché ha indosso gli abiti di mio marito? E’ la sua amante e desidera ricattarmi, forse?»
«Quale ricatto, che sei senza un soldo!»
«E questo come lo sa?»
Mi sedetti sulla cassapanca e appoggiai le mani sulle ginocchia, i gomiti in fuori. «Perché sono tuo marito.»
«Non dica stupidaggini, mio marito è un uomo.»
«Lo ero anch’io, fino a poco tempo fa! Adesso smettila di frignare e stammi a sentire.»
[...]