
Immagine © Controcorrente, di Razzasenese
Avevo appena scoperto di poter volare ed ero in trepidazione. Mi tremavano le mani, le ginocchia e battevo i denti nonostante fosse luglio inoltrato.
Mi portai all’imbocco del sentiero, allargai la sottana in un gesto istintivo quanto inutile e spinsi coi piedi sulla terra.
Subito mi distaccai dal suolo, ma era molto diverso da ciò che avevo sempre sognato.
Mi alzai appena di qualche metro, incerta e, slanciandomi in avanti, rischiai di fare un capitombolo. Prudenza, mi dissi, e riprovai.
In particolare dovevo fare attenzione ai movimenti improvvisi. Finché procedevo diritta – distesa nell’aria a pancia in sotto, come un dormiente beato – non c’erano problemi; ma, se mi giravo troppo in fretta, perdevo l’equilibrio sul filo invisibile che mi guidava e sentivo un sudore freddo scendermi lungo la schiena e le piante dei piedi.
Decisi perciò di non sollevarmi troppo dal terreno e di non tentare piroette o altre evoluzioni che avrebbero potuto compromettere la mia stabilità.
Mancava poco più di un’ora al tramonto e la campagna era deserta. Presa com’ero dalla felicità del volo, non mi accorsi di aver seminato lungo tutto il percorso le forcine che mi tenevano raccolti i capelli.
La mattina seguente, però, feci una tragica scoperta. Quando presi la bicicletta e ripercorsi il tragitto della sera precedente, nella calura del mattino, mi trovai davanti uno spettacolo che mi fece gelare il sangue: i campi erano punteggiati di cadaveri di animali e corpi senza vita di aironi, volpi, lepri si trovavano anche ai margini del sentiero. Sciami di mosche ronzavano sopra le carcasse, si posavano sulle piaghe aperte, sugli occhi vitrei, resi opachi dal velo della morte. Gli alberi avevano perso di colpo tutte le loro foglie ed erano scheletrici come nel cuore dell’inverno. Anche l’erba era seccata e nella terra si aprivano profonde fenditure.
Mi fermai incredula a contemplare quella devastazione e mi ripresi solo quando un moscone grasso, con l’addome color verde-dorato, si posò sul mio braccio. Allora mi premetti una mano sulla bocca, per impedirmi di urlare dal raccapriccio e pedalai via, con quanta forza mi era rimasta. Rallentai solo in prossimità della Cascina Rossa. Dovevo sapere cosa fosse accaduto e la vecchia Matilde me lo avrebbe spiegato. Suo genero mi avrebbe offerto un bicchiere di carcadé e i cani e i bambini mi sarebbero corsi incontro con un gran vociare.
Me lo ripetevo mentre continuavo a pestare sui pedali, ma c’era silenzio anche intorno alla cascina. Entrando nell’aia gridai Ohilà! e nessuno mi rispose.
I cadaveri di Matilde, di sua figlia Bice e del marito, dei bambini e dei tre cani erano riversi in un unico mucchio, gli uni sopra gli altri, accanto al pozzo. Nel cortile come nel resto della campagna (fino a quel momento avevo cercato di ignorarle, ma ora luccicavano troppo sotto il sole) erano sparse le mie forcine. Caddi in ginocchio, piansi, urlai, mi strappai i capelli. Non servì a niente. Allora mi alzai e levai i sandali. Raccolsi una delle forcine, mi sedetti e mi presi un piede in mano, come fanno i bambini molto piccoli, appoggiandolo sopra il ginocchio. Poi, con un sospiro tremante, mi conficcai l’oggetto metallico nella carne tenera dell’arco plantare. Strillai come un animale percosso e dolorante e il sangue prese a scorrere, caldo, lungo la gamba.
Ma neppure in quel modo mi fu concesso di morire. A me toccò il rimorso – e il lavorìo inutile della memoria.