Archivio per Febbraio, 2007

[10 febbraio 2007]

Febbraio 24, 2007

Sono da dirsi sottovoce le parole dell’amore timido
l’amore nascosto che mi porti in dono
sorvolando il fiume
ad ali spiegate.

Creatura del cielo,
due volte vorrei scrivere,
due volte con voci distinte,
per raccontare il giallo delle tue piume
del grido di gioia
che attende qui
in fondo alla gola
i giorni tiepidi
del nostro marzo.

[21 febbraio 2007]

Febbraio 22, 2007

(Nervosismo in otto righe. Che avrebbero dovuto essere sette, in perfezione.)

Perché non tacciono
perché crescono
giganteschi
nel frastuono
mentre io
minuscola
oggi m’infrango
senza rumore.

L’indovino

Febbraio 20, 2007

[Continua da qui.]

Riaprii gli occhi un’ora più tardi. Il sole non era ancora calato, ma la luce era diminuita e le ombre si allungavano sui campi. Emanavo cattivo odore per via della sudorazione eccessiva e avevo i vestiti impolverati, ma ero vivo. Senza muovere un muscolo, rimasi disteso per qualche minuto, a osservare le formiche che si affrettavano a rintanarsi: avevo paura di provare di nuovo quel dolore intollerabile. Poi mi mossi.
La prima cosa che notai furono le mani. Più piccole, bianche, senza peli, con le unghie corte e poco curate. Erano brutte manine, ma senza dubbio erano mani di donna. E le braccia. Quelle tonde braccia morbide, coperte appena da una peluria scura, che terminavano in due polsi sottili, prossimi a spezzarsi, ne ero certo.
Allungai le dita, una, due, cento volte, prima di passarmi le mani dove sentivo la camicia tirare e avevo un paio di seni grandi, colmi, pesanti.
Non fu necessario controllare fra le gambe. Ero una donna. Sui trentacinque anni, piacente nonostante qualche difetto: le mani sgraziate, dalle dita tozze, le caviglie e i polpacci robusti, i piedi piatti.
Pensai che fosse un incubo e provai a svegliarmi ma, nonostante mi dibattessi contro i limiti della coscienza e della comprensione, le mie forme non mutarono.
Scoppiai in singhiozzi, stringendomi forte la testa fra le mani. La mia voce era diventata trepidante e incerta. Che cosa potevo fare. Dove potevo rifugiarmi, prima che fosse buio.

[...]

[Di qualche giorno fa]

Febbraio 14, 2007

Ho un vezzo da trinità esasperata,
l’abitudine di ripetere per tre volte la stessa frase:

basta basta basta
non capisco non capisco non capisco

e

no no no.

Quello che dico non ha importanza;
l’essenziale è che le parole abbiano
la melodia buia del diniego,
la tonalità acuta
della mia paura.

L’indovino

Febbraio 12, 2007

[Continua da qui.]

La trasformazione si verificò in una calda serata di fine giugno, mentre gironzolavo per la campagna dopo una cena leggera. Con quella passeggiata, speravo di sfuggire alle rivendicazioni di mia moglie e guadagnarmi una nottata serena.
Dalla isolata cascina in cui vivevo con Elena percorsi senza fretta il sentiero che conduceva al monastero abbandonato, con l’intenzione di girare intorno allo stagno: mancavano un paio d’ore al tramonto e sapevo di avere parecchio tempo a mia disposizione.
Canticchiando una melodia sciocca, con le mani in tasca e la sigaretta fra le labbra, respiravo l’aria tiepida, sentendomi rasserenato dalla pace della natura, quando un grido si alzò nella calura e mi costrinse a fermarmi.
Era un urlo stridulo, impertinente e insieme disperato, che mi fece pensare al pianto di un bambino impaurito.
Guardando meglio fra le sterpaglie al margine della strada, vidi invece due gatti che si stavano accoppiando.
Il maschio era color grigio perla, striato sul dorso di grigio più scuro, grande e robusto. Teneva la femmina per la collottola, piantandole i denti nella pelliccia e, vedendomi arrivare, mi lanciò un’occhiata stupida, immobile.
Fu quel muso tondo, dall’espressione attonita, a irritarmi.
La gatta, di pelo fulvo e decisamente più minuta, gridò ancora; questa volta il gemito fu più tenue e modulato.
Presi allora un bastone e mi avvicinai a passi decisi. «Sciò! Via!» gridai brandendo la mia arma contro il gatto stupido. «Lasciala in pace!»
Il grosso animale schizzò via, attraversò il sentiero e si immerse nella vegetazione che cresceva sulla riva del fosso, alla mia sinistra. Altrettanto fece la sua compagna, con un ultimo miagolio, correndo nella direzione opposta.
Fu allora che accadde. Una fitta lancinante mi colpì l’inguine, il basso ventre, costringendomi in ginocchio nella polvere.
Lasciai cadere il bastone. Il dolore era tale che la vista si annebbiò e iniziai a tremare, mentre un sudore gelido mi bagnava la fronte, la schiena, le spalle. Rantolai, invocai aiuto, ma nessuno poteva sentirmi.
In preda al panico tentai di sollevarmi, ma un nuovo spasimo mi scaraventò a terra. Quando sentii arrivare una fitta caldissima al petto, fui certo che si trattasse di un infarto e di non avere più scampo.
Che destino ingrato, morire da solo, sul bordo di una risaia, dopo aver tentato invano di sfuggire alla propria moglie!
Bestemmiai Dio e tutti i santi, poi svenni.

[...]

[8 febbraio 2007]

Febbraio 8, 2007


Immagine © Andrew Ek

Voglio scrivere con la bile,
buttar giù parole di sangue,
qualche virgola di sudore.
Una pausa furiosa
e poi giù,
sulla macchina parcheggiata
da tre giorni sotto la mia finestra -

un de profundis di sirene
e vetri infranti.

(Ci vuole un coraggio da gigante
per morire con dolore;
ma quando la nebbia sale
dal fiume e le parole si perdono
fra i rumori della cucina
viene spontaneo raccontarsi
il proprio suicidio.)

Aggrappata al limite ultimo
del sonno
non potrò sperare
di svegliarmi e salvarmi
con un guizzo da insetto
o una battuta di spirito.
Diventerò acqua
nell’aria fredda di febbraio
nelle tue mani
sulla terra che non si apre –

e non singhiozza.

(Mi chiedi di aspettare
e io non ho più tempo:
ho avuto quel che ho avuto
e mia madre dice che non è molto.)

Adesso lascia che ne faccia un dramma -

lascia che mi meravigli di essere
sopravvissuta.

L’indovino

Febbraio 6, 2007

La mia ovaia sinistra è irrequieta. Da tre giorni mi provoca un dolore acuto e continuo, appena sopra l’osso pubico. Una sofferenza meno eclatante di quando Elena mi colpì forte col ginocchio ai testicoli, ma più tenace.
Del resto, il corpo femminile possiede una vasta gamma di dolori persistenti, cui ho imparato ad abituarmi.
Come la dismenorrea che mi piega la schiena almeno una volta al mese e la tensione dei seni induriti, in quei giorni. Quasi non riesco a lavarli, a sfiorarli con gli indumenti, perché temo che si sbuccino come fichi troppo maturi e la pelle venga via in una striscia di sangue scuro.
Oppure, ancora, l’indolenzimento delle ossa e quella spossatezza confusa al rimpianto che mi assalgono dopo che Paolo mi ha costretta in un angolo e pestata di santa ragione.
In quel caso, però, non sono tanto le botte, a farmi male, quanto il sospetto che avrei potuto trovare di meglio, per marito, di questo grasso ubriacone con le labbra tumide.
Neppure quando ero un uomo posso dire che mia moglie fosse una gran bellezza. Era anche molto stupida ma lei, almeno, potevo metterla a tacere con una sola occhiata. Ora, da donna, devo fare i conti con la mia limitata forza fisica, il corpo affaticato da tre gravidanze e un marito bestia con poca voglia di lavorare, che mi crede la fonte di tutti i suoi guai.
Per la precisione, sono una donna da sei anni, tre mesi e un giorno.

[...]

La sfinge

Febbraio 1, 2007

Controcorrente, di Razzasenese
Immagine © Controcorrente, di Razzasenese

Avevo appena scoperto di poter volare ed ero in trepidazione. Mi tremavano le mani, le ginocchia e battevo i denti nonostante fosse luglio inoltrato.
Mi portai all’imbocco del sentiero, allargai la sottana in un gesto istintivo quanto inutile e spinsi coi piedi sulla terra.
Subito mi distaccai dal suolo, ma era molto diverso da ciò che avevo sempre sognato.
Mi alzai appena di qualche metro, incerta e, slanciandomi in avanti, rischiai di fare un capitombolo. Prudenza, mi dissi, e riprovai.
In particolare dovevo fare attenzione ai movimenti improvvisi. Finché procedevo diritta – distesa nell’aria a pancia in sotto, come un dormiente beato – non c’erano problemi; ma, se mi giravo troppo in fretta, perdevo l’equilibrio sul filo invisibile che mi guidava e sentivo un sudore freddo scendermi lungo la schiena e le piante dei piedi.
Decisi perciò di non sollevarmi troppo dal terreno e di non tentare piroette o altre evoluzioni che avrebbero potuto compromettere la mia stabilità.
Mancava poco più di un’ora al tramonto e la campagna era deserta. Presa com’ero dalla felicità del volo, non mi accorsi di aver seminato lungo tutto il percorso le forcine che mi tenevano raccolti i capelli.
La mattina seguente, però, feci una tragica scoperta. Quando presi la bicicletta e ripercorsi il tragitto della sera precedente, nella calura del mattino, mi trovai davanti uno spettacolo che mi fece gelare il sangue: i campi erano punteggiati di cadaveri di animali e corpi senza vita di aironi, volpi, lepri si trovavano anche ai margini del sentiero. Sciami di mosche ronzavano sopra le carcasse, si posavano sulle piaghe aperte, sugli occhi vitrei, resi opachi dal velo della morte. Gli alberi avevano perso di colpo tutte le loro foglie ed erano scheletrici come nel cuore dell’inverno. Anche l’erba era seccata e nella terra si aprivano profonde fenditure.
Mi fermai incredula a contemplare quella devastazione e mi ripresi solo quando un moscone grasso, con l’addome color verde-dorato, si posò sul mio braccio. Allora mi premetti una mano sulla bocca, per impedirmi di urlare dal raccapriccio e pedalai via, con quanta forza mi era rimasta. Rallentai solo in prossimità della Cascina Rossa. Dovevo sapere cosa fosse accaduto e la vecchia Matilde me lo avrebbe spiegato. Suo genero mi avrebbe offerto un bicchiere di carcadé e i cani e i bambini mi sarebbero corsi incontro con un gran vociare.
Me lo ripetevo mentre continuavo a pestare sui pedali, ma c’era silenzio anche intorno alla cascina. Entrando nell’aia gridai Ohilà! e nessuno mi rispose.
I cadaveri di Matilde, di sua figlia Bice e del marito, dei bambini e dei tre cani erano riversi in un unico mucchio, gli uni sopra gli altri, accanto al pozzo. Nel cortile come nel resto della campagna (fino a quel momento avevo cercato di ignorarle, ma ora luccicavano troppo sotto il sole) erano sparse le mie forcine. Caddi in ginocchio, piansi, urlai, mi strappai i capelli. Non servì a niente. Allora mi alzai e levai i sandali. Raccolsi una delle forcine, mi sedetti e mi presi un piede in mano, come fanno i bambini molto piccoli, appoggiandolo sopra il ginocchio. Poi, con un sospiro tremante, mi conficcai l’oggetto metallico nella carne tenera dell’arco plantare. Strillai come un animale percosso e dolorante e il sangue prese a scorrere, caldo, lungo la gamba.
Ma neppure in quel modo mi fu concesso di morire. A me toccò il rimorso – e il lavorìo inutile della memoria.