Molti anni fa, nella locanda di Cosma,
si sparava ai barili.
Un colpo e il vino zampillava
come una fontana
inturgidita per il grande caldo
e per quel desiderio di farsi sabbia
e svanire nel fiotto tiepido
di una ferita aperta.
L’ora della siesta era il tempo
delle danze a suon di singhiozzi,
nel retrobottega odoroso di aneto –
e per un secolo si è conservata
quella malìa senza nome, intrecciata
ai capelli bui delle donne.
Ogni resurrezione era un fremito
di cosce, un calcio al cane nero,
una bestemmia sussurrata
per oltraggiare il mendicante cieco.
Anche questa notte una canzone turca
fa tremare i fianchi
e ondeggiare i polsi e i rami d’ulivo;
riesce a sovrastare perfino
le chiacchiere inutili degli avventori
e il frinire fino a sera
di donne e cicale.
Sappi che qui
tu e io come altri folli impazienti prima di noi
dovremo crepitare,
stretti nell’abbraccio feroce dei naufraghi,
non più tardi della prossima alba.
(Grecia, agosto 2009)











